Aaron Abernathy live @Alcazar (Roma) – Storie di soul, funk, e Old Fashioned

Originario dell’Ohio, Cleveland nello specifico, discendente diretto del Reverendo Ralph Abernathy – figura fondamentale nella lotta per i diritti civili –, il 26 gennaio Aaron Abernathy ha portato il suo soul, ed il suo timbro vocale estremamente particolare, nel cuore di Roma per quella che fino ad ora rimane l’unica data (altre da confermarsi in futuro) nel nostro paese.

Una commistione di soul e r’n’b che partendo da Curtis Mayfield sa abbracciare le nuove strade percorse da D’Angelo e Anderson Paak, ma anche Bilal – fra i tanti -, questo è quello che ci si aspettava da Abernathy prima di vederlo calcare il piccolo ma confortevole palco dell’Alcazar
E le aspettative non sono state tradite.

Un’ora e mezzo di musica, suonata con poche pause e con intensità costante, andando a pescare fra i brani più famosi del primo album (Monologue), e della seconda fatica in studio (Dialogue), ma soprattutto dando in pasto al pubblico (sempre coinvolto) di Roma anche qualche anteprima di Epilogue, uscito ufficialmente oggi in tutto il mondo.

Formazione ridotta quella che ha accompagnato Abernathy (basso e batteria in supporto della sua tastiera Nord), e forse proprio questo è stato l’unico neo della serata. Malgrado la sezione ritmica non abbia perso un solo colpo nell’arco di tutto lo show, la mancanza della chitarra, o comunque di un secondo strumento armonizzante, ha fatto sì che la voce di Abernathy si trovasse spesso un po’ scoperta nel tentare di tracciare nuovamente quanto ascoltato su disco. La grande fortuna sta nel fatto che con la voce, Abernathy, sa giocare in maniera quanto mai coinvolgente, spaziando fra un timbro naturale che ricorda molto spesso quello di Stevie Wonder, ed un controllo del falsetto ai limiti del descrivibile.

L’ora e trenta minuti di musica consumatasi all’Alcazar ha saputo trionfare nel groove di un trio coeso e dall’intesa immediata, capace di far ballare e di intrattenere per tutta la durata dello show; qualche cambio dinamico in più non avrebbe fatto male, sia sul piano strumentale (soprattutto per quanto riguarda la batteria, che con la cassa in quattro ha osato forse un po’ troppo a lungo), sia nella concatenazione dei brani, ad ogni modo niente che non permettesse di godere a pieno del grande talento di Abernathy.

Un plauso particolare va all’organizzazione dell’Alcazar, che nel portare Abernathy a Roma conferma di non essere esclusivamente una location accogliente e dal piglio affabile, ma piuttosto un club dal buon coraggio artistico e dal giusto grado di intraprendenza. Resa acustica e servizio bar di pari livello hanno fatto sì che la serata del 26 gennaio fosse di quelle da voler presto ripetere.